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Dialisi, dopo la condanna sui falsi rimborsi “risarcimento danni all’Asl di 526 mila euro dall’ex impiegata Germini”

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Però ora la sublacense (insieme al marito) ha chiesto una nuova sospensione dell’atto

Oltre 3 anni dopo la prima condanna e il licenziamento, per l’ex dipendente dell’Asl Roma 5, la sublacense Virginia Germini, continua la querelle legale con l’Asl Roma 5. Vertenza che ormai ha superato il mezzo milione di euro: a tanto ammonta, infatti, l’importo relativo alla “condanna al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali a favore della costituita parte civile, Asl Roma 5, liquidati in complessivi 523 mila e 830 euro”. L’azienda sanitaria da 2 anni sta cercando di recuperare l’importo dopo che anche la Corte d’Appello di Roma ha confermato la condanna per l’ex impiegata, ritenuta già colpevole dal Tribunale di Tivoli nel 2017 perché, “in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, in qualità di assistente amministrativo presso la Asl Roma 5 con funzioni di addetta all’emissione di mandati di pagamento e dei relativi bonifici, in concorso con il marito V. F. si appropriavano della somma complessiva di euro 311.000 mediante emissione di n° 89 mandati di pagamento che la dipendente V.G. predisponeva sul conto corrente della Bbc di Palestrina agenzia di Subiaco ad entrambi intestato, facendoli figurare come rimborsi per il servizio di trasporto dei pazienti dializzati, attraverso l’utilizzo di determine dirigenziali di autorizzazione al pagamento dei predetti rimborsi in cui non era inserito il nominativo di V. F., soggetto non avente diritto al rimborso perché non dializzato, con l’aggravante di aver agito per futili motivi”. I carabinieri di Tivoli, infatti, avevano accertato che tutte le indebite operazioni di accredito erano state disposte dal sistema informatico, con autenticazione fatta con identificativo e password riconducibili all’impiegata. Le indagini hanno poi evidenziato che sul conto cointestato alla donna vi erano ingenti somme in entrata, tutte disposte con bonifici provenienti dalla casse pubbliche dall’ASL; il denaro poi veniva prelevato allo sportello bancomat al fine di conservare il saldo del conto corrente molto basso o addirittura negativo, per non destare sospetti. Il Giudice per le indagini preliminari nel novembre 2016 aveva disposto il decreto di sequestro preventivo di beni del valore fino a 311.000 euro, dando attuazione alla norma che prevede il recupero delle somme sottratte all’Ente pubblico attraverso il sequestro di beni nella disponibilità dell’indagato. Erano stati sequestrati ai coniugi sublacensi tre immobili e un’autovettura Renault Kadjar prima della condannata “alla pena di anni quattro di reclusione, al pagamento delle spese processuali” (5.400 euro) e di quelle generali, nonché “al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali a favore della costituita parte civile – la Asl Rm5 –, liquidati in 350.000,00 oltre interessi”; per il marito, invece, “anni due di reclusione”. I coniugi condannati però hanno presentato “opposizione a tale atto di precetto dinanzi al Tribunale Civile di Tivoli” nel dicembre 2018. E, il 10 giugno scorso, Germini e il marito “hanno notificato all’azienda ulteriore atto di citazione in opposizione al precetto con il quale chiedono in via preliminare la sospensione dell’esecutorietà dell’atto da parte dell’Asl per la somma complessiva pari ad euro 526.146”.

IL NUOVO FILONE D’INDAGINE – Dallo scorso anno la Procura della Repubblica di Tivoli ha allargato l’inchiesta a un dirigente del reparto di Nefrologia dell’ospedale di Tivoli, per il quale si ipotizza l’accusa di “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche”. A rivelarlo è stato lo stesso procuratore tiburtino, Francesco Menditto, nella sua relazione per l’apertura dell’anno giudiziario. “Con l’ausilio dei Carabinieri del NAS di Roma, a seguito di una segnalazione partita dallo stesso Direttore Sanitario della ASL RM5 – che aveva disposto un’ispezione interna subito dopo i fatti accaduti nell’ambito del procedimento penale che aveva coinvolto una dipendente addetta ai mandati di pagamento- è emerso che nel corso degli anni i rimborsi spettanti alle cooperative che si occupano di gestire il servizio di trasporto dei pazienti per recarsi ad effettuare le terapie dialitiche di cui necessitano con cadenza bi-trisettimanale, erano stati sistematicamente “gonfiati” grazie ad una serie di false certificazioni rese dal dirigente del reparto di nefrologia attestanti la necessità del trasporto con ambulanza per pazienti in realtà autosufficienti nella deambulazione, al fine evidente di avvantaggiare le società cooperative che si occupano della gestione di tale servizio, permettendogli di ottenere rimborsi di molto superiori alle effettive prestazioni rese nei confronti dei pazienti, così procurando ingenti danni economici al Servizio Sanitario Regionale tenuto ai rimborsi”.

 

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