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Roma città aperta (dalle voragini): quella del Fosso dell’Osa è la 45° in soli 4 mesi

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Roma città aperta: dalle voragini. Quella che si è aperta in Via Prenestina 1815, all’altezza del ponte sul fosso dell’Osa (nella foto) è solo l’ultima: in tutta la capitale nei primi tre mesi dell’anno si sono spalancate 44 voragini. Sprofonda un crepaccio ogni 36 ore.I quartieri più colpiti dai baratri cittadini paiono il Prenestino e il Casilino, il Tiburtino, la zona del Portonaccio. Il Servizio Geologico dell’Ispra ha censito a Roma 3.320 inghiottitoi.I precipizi si spalancano più spesso nel Municipio V e nel Municipio VII, ma la città sprofonda anche nel Municipio II e nel centro storico con le aree dell’Aventino, del Palatino e dell’Esquilino.Il 2018 si è appena aperto con il cedimento di 44 dirupi in appena tre mesi, contando il 31 marzo. Se dovesse essere confermata la tendenza, a fine anno Roma potrà essere sforacchiata da un terribile groviera di 176 inghiottitoi.Negli ultimi 8 anni si è assistito a un grave infittirsi delle voragini: per una decina d’anni, dal 1998 al 2008, si contava una media di “appena” 16 sprofondamenti l’anno; ora si è passati a una media di oltre 90 crateri l’anno (e il 2018 potrebbe addirittura raddoppiare questa terrificante media).

UN PIANO DA UN MILIARDO – Per il complesso degli interventi di prevenzione strutturale nell’area urbana e fino alla foce di Fiumicino è stato calcolato un fabbisogno di risorse finanziarie pari a 871 milioni per realizzare 155 interventi di varia tipologia:783 milioni per 127 opere di contrasto al rischio alluvione e 86 milioni per 28 opere per mettere in sicurezza diverse aree cittadine dal pericolo frane. Ma, a questa cifra, vanno aggiunti almeno 15 milioni l’anno per gestire la manutenzione ordinaria e tenere in efficienza vie d’acqua come canali e fossi interni in stato di grave degrado o addirittura “tombati” da vegetazione spontanea e rifiuti. Oltre a 4 milioni l’anno per verifiche e interventi preventivi sulle voragini urbane.Complessivamente, dunque, la cifra è di 1.040 milioni. Attualmenteperò sono disponibili solo i primi 104 milioni, già previsti per progetti inseriti nel piano città metropolitane di Italiasicura.

LA “CESSIONE” DEL V – La distribuzione degli inghiottitoi nei Municìpi vede più cedevoli le zone orientali della città, ma tra i quartieri il peggiore di tutti è il Quinto Municipio, dove l’Ispra ha censito circa 550 crateri compresi quelli storici del passato più remoto; pessimi anche il Quarto, l’Ottavo e il Nono municipio. Il più saldo è il Decimo Municipio. Questi i dati storici complessivi.Simili i risultati anche sui dati relativi agli ultimi 50 anni: dal 1960 le condizioni peggiori di sprofondamento sono nel Primo e Secondo Municipio, ma anche Quinto e Settimo.Ed ecco i dati Ispra sugli ultimi 2 anni: i quartieri che s’inghiottono più spesso si confermano il Primo Municipio (25 abissi), il Secondo (36), il Quinto Municipio (31) e il Settimo (27 cedimenti).Sono così classificate aree ad alto rischio questi rioni (tra parentesi il Municipio di appartenenza): Quadraro-Columella (V), Prenestina-Buie d’Istria (V), Casilina -Villa Gordiani-Villa De Santis (V), Aventino Santa Prisca (I), Centocelle via Ceccano (V), Tuscolano-Nocera Umbra (VII), Prenestino via Dulceri-via Bufalini (V), Monteverde via Bartoli-Poerio (XII), Portuense-Giannetto Valli (XI), Tor Pignattara via Filarete (V).

250 MILA A RISCHIO ALLUVIONE – Il censimento dell’Ispra ha contato anche 383 frane e 28 zone a rischio frana, 250mila cittadini a rischio di alluvione, circa 700 chilometri di vie d’acqua (canali, fossi, scoli, residui di torrenti) in stato di grave degrado perché molti sono stati chiusi e interrati senza dare all’acqua la possibilità di sfogarsi. Nel fiume Tevere (9 chilometri di rive in degrado con 2,7 chilometri di banchine in smottamento) ci sono i relitti di 22 barche e chiatte affondate. È cementificato da costruzioni e altri manufatti — spesso abusivi — circa un decimo della superficie di golena nel letto del fiume Tevere: elementi costruttivi occupano 120 dei 1.150 ettari di golena. Manca la manutenzione corretta e continua dei tombini e sono inefficienti — in gran parte scomparsi sotto decenni di calcinacci e rifiuti edili ma anche per il rigoglio della vegetazione spontanea — circa 700 chilometri di fossi, ruscelli, canali, scoli e torrenti che una volta portavano l’acqua al Tevere e all’Aniene.