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A Tor Vergata in fumo il 144esimo autobus Atac: “I vecchi manager dell’azienda ne risponderanno”

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Il 6 dicembre scorso è andato in fumo il 144esimo autobus dell’Atac negli ultimi 3 anni. Il mezzo stava rientrando nella rimessa di Tor Vergata quando si è sviluppato l’incendio. L’autista ha provato a spegnere le fiamme, che però hanno avvolto la vettura.  I vigili del fuoco sono intervenuti arrivando sul Grande Raccordo Anulare, all’uscita prima della Romanina. Sul posto sono andati una squadra e un’autobotte dei pompieri che hanno prontamente spento il mezzo che è andato completamente distrutto dalle fiamme. Tra autobus Atac e Tpl sono 145 i mezzi andati in fiamme negli ultimi tre anni: l’ultimo domenica 8 era della linea 708 in via Vinicio Cortese, al Torrino. Anche i magistrati hanno aperto un fascicolo per indagare su questo stillicidio. E spesso l’età anagrafica dei mezzi è un comune denominatore dei mezzi incendiati. Nel 2016 ci sono stati 36 «episodi di incendio», 46 nel 2017, 44 nel 2018. E altri 18 mezzi sono andati in fiamme da quando è iniziato questo 2019. l’Atac precisa però che “i casi documentati di suoi bus distrutti a causa di incendi, dal primo gennaio 2017 ad oggi, sono in tutto 38, che questo era un bus fuori servizio e che le ragioni dell’incendio sono ancora da accertare”. Inoltre comunica che la vettura era in servizio da circa 15 anni.

IL CONCORDATO – “I vecchi manager di Atac saranno chiamati a rispondere delle loro decisioni o dei presunti illeciti che, di fatto, hanno portato l’azienda all’incapacità di offrire un servizio pubblico efficiente e ad accumulare debiti per oltre 1 miliardo e 300 milioni di euro”. Lo annuncia la sindaca di Roma, Virginia Raggi, che aggiunge: “Grazie alla procedura di concordato e al risanamento che stiamo portando avanti si può finalmente fare chiarezza su come è stata amministrata Atac negli ultimi decenni e sui danni economici che hanno penalizzato il servizio di trasporto pubblico”.

LA SENTENZA – il caso del referendum consultivo per la messa a gara del servizio di trasporto pubblico gestito da Atac, azienda partecipata del Comune, si è riaperto dopo che il Tar del Lazio ha accolto il ricorso presentato dal Comitato promotore «Mobilitiamo Roma», che contesta l’applicazione del quorum al 33,3%, un terzo degli elettori ovvero 759 mila cittadini su quasi 2,4 milioni di aventi diritto al voto. Richiamandosi al «principio di legalità» i giudici amministrativi scrivono: “L’esito referendario non è soggetto a sbarramento, con la conseguenza che l’amministrazione avrebbe dovuto procedere alla promulgazione del risultato che ha visto prevalere i “sì” con gli effetti che derivano dalla disciplina di riferimento”. Ma la sentenza chiarisce anche un altro aspetto, terreno di scontro tra la compagine pentastellata in Campidoglio e i fautori dell’esternalizzazione, che l’hanno sempre ritenuta l’unica soluzione possibile alla progressiva perdita di chilometri erogati rispetto a quanto stabilito dal contratto di servizio e a fronte del debito di oltre 1,4 miliardi (per ripianare i conti e migliorare le performance aziendali il Comune ha scelto la strada del concordato preventivo in continuità). Nel dispositivo si rileva che l’abolizione del quorum, prevista nel nuovo Statuto di Roma Capitale in linea con le indicazioni della Commissione europea – «che considera con sfavore la sussistenza di soglie e percentuali minime determinanti una sostanziale assimilazione degli elettori che si astengono a quelli che esprimono un voto negativo» – avrebbe dovuto far valere la propria efficacia «nella fase di indizione della consultazione». Si è scelto tuttavia di mantenere il quorum, malgrado nello stesso giorno (il 30 gennaio 2018) mentre in aula Giulio Cesare si approvava il nuovo corpus normativo del Campidoglio la sindaca firmava l’ordinanza che fissava la data del referendum: il 3 giugno, slittata poi all’11 novembre per la sovrapposizione con il voto nei Municipi III e VIII.

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